Economia

Finanziaria/Terza giornata di votazioni al Senato. Sì al taglio dei ministri

di Chiara Scalise

09-11-2007

ROMA. I costi della politica tengono ancora banco e la terza giornata di votazioni sulla finanziaria è all'insegna della sforbiciata alle stanze del potere e dell'amministrazione pubblica, dal governo in giù. Dalla prossima legislatura la squadra dei ministri dovrà scendere a quota 12, mentre vice e sottosegretari non potranno superare i 60: l'Aula al Senato vota così un ritorno al passato, ai paletti fissati dalla Legge Bassanini.
Romano Prodi l'aveva detto ai senatori, che facevano pressing qualche settimana fa, e lo conferma: non sarebbe stato certo lui a mettersi di traverso, chiedeva solo che la svolta fosse nella sede e nel momento giusto.
Ieri quindi a Palazzo Chigi si è registrata soddisfazione per questa come per tutte le misure che riguardano i costi della politica. Soddisfazione che però è stata conquistata passo dopo passo. La giornata infatti è partita in salita. Il Guardasigilli punta i piedi e in Aula annuncia che voterà no all'articolo ("é assurdo - dice - che la finanziaria esamini problemi che attengono alla struttura del governo"). Per farlo ricredere c'é voluta la mediazione prima del capogruppo dell'Ulivo Anna Finocchiaro e poi direttamente del premier. "Mi ha chiamato Prodi - spiega Mastella - e allora ho votato, per lealtà". Gesto che viene apprezzato da Palazzo Chigi.
La maggioranza ha i suoi grattacapi e su questo non c'é dubbio. Ma anche il centrodestra non naviga in acque calmissime, con la sindrome da mancata spallata che si fa ogni giorno più forte. E i battibecchi in Aula lo rivelano chiaramente. 150 a 152: per soli due voti non passa un emendamento-trabocchetto targato come al solito Calderoli. Si trattava di una versione rafforzata della misura asciuga-governo, prevedendone l'entrata a regime già dal primo gennaio 2008.
La Lega va giù duro e fa nomi e cognomi dei ‘colpevoli': Rocco Buttiglione, Calogero Mannino, Antonio De Poli e Lorenzo Poli dell'Udc e Mauro Cutrufo della Dca. Chiare anche le accuse: se i cinque assenti fossero stati in Aula, magari non la spallata definitiva ma un colpo alla maggioranza sarebbe stato inferto. Certo con i se non si fa la storia.
Gli assenti nel centrosinistra erano sei (Turigliatto, Dini, Scalera, Treu, Palermi e Tibaldi del Pdci), ma tutti presenti a Palazzo Madama e di questi almeno tre (Treu, Palermi e Tibaldi) rei di distrazione e nulla di più. Ovviamente sono stati sommersi di improperi al loro ritorno, dato che una distrazione a Palazzo Madama può anche essere fatale. Ma se l'opposizione fosse stata al completo - assicurano - nessuno avrebbe osato allontanarsi.
Alla fine poi quello che conta, per la maggioranza, è il risultato del tabellone. Tanto che il numero uno dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro, si toglie lo sfizio di dire che l'unica notizia che c'é è che la maggioranza tiene colpo su colpo.
L'ottimismo rischia però di essere sempre di troppo al Senato. Il percorso per arrivare al via libera deve ancora fare i conti con qualche mina, disseminata qua e là, come quella dei precari e del tetto agli stipendi dei manager pubblici (in agenda per la prossima settimana).
Ieri, intanto, era il turno del registro dei simboli dei partiti, che ne istituiva una sorta di copyright. Una proposta firmata dal verde Natale Ripamonti ma che era passata in commissione con il no dell'Udeur, e sulla quale l'Unione democratica di Roberto Manzione era pronta a alzare barricate. Unica via d'uscita, lo stralcio. Ma il Sole che Ride sta a sentire solo a metà gli alleati, a costo di spaccare il proprio gruppo, e mentre il resto dell'Unione, compresi quindi i tre esponenti dei comunisti italiani, vota a favore della proposta di tagliare l'articolo dalla finanziaria, i sei senatori Verdi non dicono né sì né no. Non votano, esattamente come il centrodestra.

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