Afghanistan. Attacchi anche in area italiana ma la gente vota
HERAT. "Venti attacchi. E' andata bene". A sentirla così suona strana. I militari afghani e stranieri, tutti impegnati a garantire la sicurezza delle elezioni, sono stati da più parti presi di mira dai cosiddetti 'insurgent'. Il bilancio parla di una ventina di attacchi nell'area occidentale del Paese, a comando italiano: 7 durante la notte e circa 15 ieri, tra cui uno particolarmente violento a colpi di razzi. Eppure, in serata, il generale Rosario Castellano è "molto soddisfatto". Dice che "é andata bene. Meglio delle aspettative".
Perché?
"Perché la gente è uscita di casa, è andata a votare. Uomini e donne. Non hanno avuto paura", risponde il generale, comandate dei parà della Folgore e del contingente multinazionale dell'Isaf schierato nell'ovest.
"La stragrande maggioranza dei seggi sono stati aperti regolarmente. Solo qualche giorno fa pensavamo che almeno 200, su un totale di 1.014, sarebbero rimasti chiusi per motivi legati alla sicurezza. Poi, insieme all'esercito afgano, abbiamo ripulito molte zone che erano in mano agli insorti. E quel numero di seggi chiusi si è ridotto a 90".
E gli attacchi?
"Sì, è vero ne abbiamo subiti una ventina, di cui 5-6 hanno coinvolto direttamente soldati Isaf, anche italiani, ma sono stati tutti episodi sporadici, casuali, non organizzati. Questo conferma - osserva il generale dei parà - che chi fa tanti proclami e minacce in realtà dimostra solo la sua debolezza".
Difficile dire, circolando per la città di Herat, quanto questi "proclami e minacce" abbiamo inciso sul voto. Il governatore della provincia, Ahmad Yusuf Nuristani, parla addirittura di una affluenza "del 60-70 per cento". E in effetti, almeno nelle prime ore della mattina, si vedevano persone in coda davanti alle scuole e alle moschee dove c'erano i seggi. Con il passar delle ore - forse complice il caldo, quasi 40 gradi - le file si sono dissolte.
Ma tutti quelli interpellati hanno garantito che sarebbero andati a votare "più tardi". Così Naim Hamini, che spunta da dietro il bancone del suo emporio dove trovi di tutto: "Certo che vado a votare. Ora non posso, devo restare qui, ma nel pomeriggio farò il mio dovere. E' importante". Naim dice che sua moglie è già andata al seggio. "Era tutta contenta e c'erano molte donne con lei". Yousuf, lì vicino, invece il suo "dovere" l'ha già fatto è mostra orgoglioso il dito sporco d'inchiostro.
Ad Herat, forse la città culturalmente più evoluta di tutto l'Afghanistan, la campagna elettorale si è fatta molto sentire: comizi allo stadio, volantini, manifesti affissi dovunque, striscioni. La gente partecipa perché ha "voglia di cambiamenti", come dice Nuristani, il governatore. Ma nella provincia più remota, nei distretti sperduti, il clima che si respira è molto diverso. Non è un caso che è proprio lì, dove l'influenza dei talebani è ancora pesante, che si sono verificati gli attacchi e gli scontri.
Il più grave, tanto per cambiare, nella provincia di Farah, nella parte meridionale del settore a comando italiano, là dove si rifugiano gli insorti che scappano dalla morsa dei soldati americani americani e britannici schierati a Helmand e nelle altre province del sud. In questo caso il nemico ha preso di mira un convoglio di militari afghani e italiani.
"Sono stati sparati dei razzi - spiega il generale Ekramuddin Yawar, capo della polizia regionale - i soldati sotto attacco hanno risposto al fuoco e poi si sono 'sganciati'. In questa fase, un mezzo dell'Ana (l'esercito afghano - ndr) è saltato su una mina e tre nostri soldati sono rimasti feriti".
Poteva andare peggio. Militari afghani feriti anche nel distretto di Muqur, mentre in quello di Qadis a lasciarci quasi le penne sono stati due capi talebani, dice Yawar, pure lui "soddisfatto" di come sono andate le cose. "Nei 39 distretti della regione ovest (quasi 4 milioni di abitanti - ndr) non abbiamo avuto grossi problemi, grazie al coordinamento con gli italiani", dice.
"Certo, a Bala Morghab pensavamo di aprire 33 seggi, invece ce l'abbiamo fatta solo con 8, a Bala Baluk ne hanno funzionato 16 su 30 e a Gozara solo una ventina su 30. Però in parte lo sapevamo. Faremo meglio la prossima volta".
Il generale Castellano spiega di aver dato a tutti gli uomini sotto il suo comando (1.800 quelli schierati sul terreno, con l'ausilio di 20 elicotteri e degli aerei senza pilota Predator) una direttiva precisa, "per non spaventare la gente": evitare lo scontro diretto con gli insorti e reagire solo il necessario ad allontanarsi. "Ha funzionato".
La serata si chiude, per così dire, in bellezza: un allarme è risuonato nella base italiana di Camp Arena, poco dopo le 21 locali. Tutti nei bunker. Due esplosioni, forse razzi o colpi di mortaio. Ma sono finiti lontano.












